martedì, 24 febbraio 2009

“Basic Istinct! - Il Basic, il linguaggio del futuro!â€

Primi anni '80: la parola "Basic" impazza...

Al cinema viene lanciato il famoso "9 settimane e mezzo": dove una meravigliosa e giovane Kim Basinger mette in subbuglio i nostri giovani (e ancora inesplorati) ormoni esibendosi in uno strepitoso streep-tease dietro una tenda veneziana (chi non ne ha una in camera da letto?) a favore di un Mickey Rourke non ancora stravolto dall'alcol, dalla droga, dalla boxe e dagli interventi di plastica facciale.

E poi c'era il "Basic", arcano e primitivo linguaggio di programmazione col quale si tentò di alfabetizzare in senso informatico, le masse, nella speranza di "informatizzare" la nostra civiltà e renderla sempre più simile a quella delineata nei maggiori romanzi di fantascienza (ed HAL9000, nome derivato dalle lettere dell'alfabeto precedenti ad "I-B-M", ne è e ne resta il simbolo).

“Impara il Basic, il linguaggio del futuro”

“chi non conoscerà il basic, nel prossimo futuro, sarà l’equivalente di un analfabeta di oggi”.

Così recitava lo spot di un’enciclopedia di informatica di quegli anni che, in comode settecentoquindicimila dispense settimanali, ti “dispensava”, per l’appunto, nozioni circa la storia dei computer dal pallottoliere al pallottoliere a valvole (non è che si fosse ancora andati troppo lontano allora eh?), l’evoluzione delle “tecnologie”, si davano nozioni di logica matematica e di linguaggio di programmazione: insomma, mentre gli adolescenti "normali" si sarebbero dovuti fare le "pippe" su PlayBoy, "Le Ore" o quant'altro, noi... Pagine e pagine di riviste di informatica.... Ecco spiegata perchè la mia generazione ha fatto "questa brutta fine" ;)

Io che a 13-14 anni (e cioè in terza media) non avevo ancora perso le velleità da “piccolo scienziato pazzo”, mi dissi: non posso essere proprio io l’analfabeta del futuro! E se i miei non mi potevano comprare un Vic20, un meraviglioso Commodore 64 (allora definito non senza mancanza di pudore “un home computer ludico-professionale”) o che ne so, il rivale ZX Spectrum (con la sua meravigliosa fascia arcobaleno che oggi sarebbe piaciuta tanto ad ambientalisti e pacifisti), almeno volevo imparare quel “linguaggio del futuro”.

Imparare la programmazione senza pc era un po’ come imparare a suonare il pianoforte senza strumento od a fare sesso senza una donna (e perl'appunto... Procedendo di quel passo... :) ). Scrivevo su carta o solo nella mia mente delle righe di comandi, immaginavo come potesse essere la struttura di un programma per risolvere un determinato problema, sognavo di aiutarmi nei compiti se solo avessi avuto un pc sotto mano.

Per fortuna i miei compagni di classe iniziarono a comprarne i primi esemplari (c'è sempre quello più facoltoso di te in una classe) ed io – passata l’inevitabile invidia – avevo almeno così modo di vedere da vicino di cosa fosse capace un “home computer”.

Ovviamente i miei amici si limitavano a caricare quei “magnifici” megagioconi che fino ad allora erano stati prerogativa delle macchinette da bar. Il calcio con gli omini “veri” (cioè dei pupazzetti squadrati al posto delle lineette rettangolari dei primi giochi da casa), Donkey Kong, la Formula Uno, PacMan, Braccio di Ferro…. Interminabili ore passate prima a caricare il gioco mediante un’audio cassetta sul mangianastri Commodore, che spesso e volentieri si starava. Ore e ore a fissare un monitor (di una Tv) con le lineette ed i rumori che accompagnavano il caricamento (LOAD) del programma e poi, dopo l’attesa che era e sembrava interminabile, finalmente potevi lanciare un “RUN” e far partire la meraviglia. Che dire quando verso la metà, ti accorgevi che la cassetta s’era smagnetizzata o inceppata, o magari proprio sul più bello, andava via la corrente e tu perdevi tutto! Gioco, partita, dati!!! Ma era il bello dell’essere pionieri in qualcosa. Se pensate ad un pc lento di oggi, ma il più lento dei lenti, moltiplicate l’attesa per dieci, cento, mille e ne avrete un termine di paragone eppure con quel "coso" antidiluviano, ci divertivamo un mondo!

Nelle pause morte poi, provavo a vedere se quelle linee di comando che avevo imparato in teoria, rispondevano a verità. Bastava digitare sulla schermata iniziale del Commodore le seguenti parole magiche:

10 REM INDOVINA I NUMERI

20 PRINT ”INDOVINA IL NUMERO CHE HO PENSATO”

25 PRINT “DIMMI UN NUMERO DA UNO A DIECI”;

30 INPUT A; B = 10

40 G = INT(RND(B*(10)) +1)

50 IF A = G THEN PRINT “BRAVO, HAI INDOVINATO”

60 IF A <> G THEN PRINT “RIPROVA, SARAI PIU’ FORTUNATO”

70 GOTO 25

80 END.

Ovviamente usciva fuori un immancabile “syntax error in xx” e tu ti dovevi scervellare per verificare dov’era l’errore, magari uno spazio, un punto, un carattere omesso (ovviamente dopo venti e passa anni, queste righe a memoria saranno piene di “syntax error”). Però poi, quando funzionava, era davvero un’emozione che non saprei descrivervi.

Quando finalmente ebbi quel dannato C=64, la mia vita prese un’inclinazione molto “nerd” (ancora di più diciamo!): sognavo di essere il protagonista di “Wargames”… Sognavo che ne so, magari un giorno di poter avere la tecnologia che c’è oggi e di poterla dominare... Sognavo...

<continua>

Bukaniere alle febbraio 24, 2009 11:48 in: il lavoro al tempo della crisi
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martedì, 17 febbraio 2009

L’insegnante di lingua 'morta' è una zombie.

Premetto che avevo iniziato il liceo con le migliori intenzioni: stavo per cambiare quartiere, cambiare amicizie (quelle precedenti me le portavo dietro dalle elementari) ed ero carico di entusiasmo e di curiosità.

Avevo tanta voglia di imparare cose nuove e sì, persino l’idea che avrei studiato anche quella vecchia, “lingua morta” del Latino mi affascinava molto.

Ma ci vollero poche lezioni perché quell’ottuagenaria Messalina della mia insegnante, mi prendesse in antipatia. Le avrò ricordato l’amore perduto e traditore? Il compagno di banco che non le passava i compiti? Il bullo che le rubava la merenda? Non lo so… Fatto stà che sfogava le sue frustrazioni su di me e su di un altro povero Cristo.

Non mancava giorno in cui non cercasse di umiliarmi pubblicamente. Era d’uso a quei tempi, durante le interrogazioni, che due ragazzi (o 3-4 al massimo) venissero chiamati alla cattedra mentre il resto della classe era per quel giorno “immune” da tentativi di tortura psicologica.

Invece lei no: il suo sport preferito era interrogare due a caso e poi rivolgermi d’improvviso delle domande da posto, aspettando il momento in cui mi sarei inesorabilmente ddistratto. Ad un certo punto scansava i due interrogati alla cattedra e urlava con tutta la sua voce stridula e cattiva: “BUUUUUUKANIEEEEEEEREEEEEEE, rispondimi TU!”

Io ovviamente un po’ per l’urlo, un po’ perché dopo un po’ avevo preso immancabilmente a pensare ai “casi miei”, saltavo sulla sedia e trafelavo, balbettando ove possibile una risposta incerta anche quando era quella giusta.

La cerbera però non riusciva sempre a mettermi alle corde. All’inizio avevo anche dei bei voti, nonostante tutto e nonostante i suoi tentativi di sabotaggio. Ma fu dopo il secondo quadrimestre che il mio rendimento prese a calare.

Il Prof di Lettere e Storia se da una parte era un grande uomo, uno di quei pochi “maestri” di vita che ho avuto la fortuna di conoscere, era anche molto esigente. Non esisteva “lezione del giorno” e quindi la storia la si doveva sapere a memoria dalla prima battaglia, sino all’ultima… E ovviamente col programma di prima liceo, con tutte le battaglie dei Greci e dei Popoli Mediorientali e vari ed eventuali (Persiani, Ittiti e quant’altro) era diventata una impresa immane.

Poi c’era la matematica dove ero un po’ incerto: sul filo del 5/6 diciamo, però almeno quella professoressa, seppure anche lei molto anziana e severa, apprezzava il mio impegno e lo premiava con un certo rispetto.

I professori della mia sezione erano quelli più severi della scuola (che a dire il vero non aveva una grande fama in tal senso) e quindi, la mia sezione era proprio quella più “esclusiva” ed impegnativa.

E pensate io ero uno dei pochissimi ad aver avuto la “fortuna”, di esserci stato ammesso senza alcuna raccomandazione.

Ed anche materie apparentemente più “tranquille” come il disegno, finivano con l’essere estenuanti: la proffa pretendeva tavole perfette e complete e se solo mancavano delle notazioni, per lei era un 2.

Quindi o le si finiva e bene, oppure si rischiava il rimando. Era l’unica poi a pretendere compiti scritti di storia dell’arte… Copiare era impossibile: era peggio di un Kapò nazista: passava per i banchi timbrandoci i fogli e verificando che non ne avessimo di “illegali” o appunti di vario tipo.

Ecco perché passavo tutto il giorno a studiare ma, nonostante questo, il rendimento calava ed i voti in latino, soprattutto scritto peggiorarono e con essi la “ferocia” di quella scass… Ehm, “esigentissima” professoressa.

Ricordo un giorno tragico quanto emblematico: il 29 maggio del 1985, il mio 15° compleanno.

Tragico perché coincise con la famosa strage dello stadio Heysel (pensate, ai tempi ero pure Juventino…)… Avevo avuto finalmente in regalo il Commodore 64, un “computer” che avevo desiderato da tempo e per il quale avevo raccolto fondi per quasi due anni, visto il costo eccessivo per le finanze della mia famiglia. Insomma, computer e partita (finale di Coppa dei Campioni, mica pizza e fichi eh??? E poi la Juve allora non aveva ancora mai vinto quella coppa!) e compleanno… Ovviamente non studiai praticamente nulla quel giorno, anche perché ormai avevo sostenuto tutte le interrogazioni prevedibili.

Un ragazzo appena un po’ più furbo di me, avrebbe fatto filone il giorno successivo… Io ai tempi ero tutto tranne che quello ed andai a scuola.

Come volevasi dimostrare, anche se avevo raggiunto la media del sei alle interrogazioni (ma con 5 allo scritto), la Proffa di Latino mi fece il solito scherzetto del “BUKANIIIIIIIIEEEEEEEEEREEEE!!!”   E mi fece l’ennesima, tragica, domanda da posto...

Ovviamente la mia risposta fu alquanto confusa e lei con un ghigno che solo un certo uomo politico di oggi sa avere mi disse placidamente: “Io avevo seppure con qualche dubbio deciso di promuoverti… Ma con questo errore che mi hai fatto… (avevo confuso “Vis viri” con “vis roboris” ma mi ero anche corretto subito) ho deciso: TI BOCCIO!”.

Non scoppiai in lacrime per quella poca dignità che m’era rimasta. Appena lei se ne uscì di classe – ricordo – tirai un pugno sul banco e non so come non mi spaccai le ossa della mano (il banco ovviamente era rinforzato in ferro). Da quel giorno lei quasi non mi rivolse più la parola ed io mi convinsi di dovermi portare Latino a settembre perché quelli erano tempi in cui ancora si rimandava chi non era sufficiente in solo una materia.

Non vi dico come vissi quei giorni dalla fine della scuola, all’uscita dei quadri: dovetti dirlo a mio padre e… Lui non la prese proprio bene… Mio padre era poco incline a prendere bene quel genere di notizie…

Ero ormai diventato quasi la “vergogna” della famiglia, non fosse altro che, per fortuna, anche una delle mie due sorelle maggiori, c’era già passata (anche lei aveva avuto il clone della mia Prof, un’altra donna, un’altra scuola, stessi metodi e stesso trattamento).

Ma la sera prima dell’uscita dei quadri mi arrivò una telefonata inattesa quanto gradita: era la madre di un mio amico e compagno di classe. Lei collega della “Lat(r)inista” ma insegnante in un’altra scuola le telefonò per chiederle notizie e così mi potè anticipare i risultati e cioè che il “consiglio” mi aveva voluto salvare, pur col parere discordante della salma. Ero stato promosso e quell’estate ero un uomo libero!

Bukaniere alle febbraio 17, 2009 10:08 in: il lavoro al tempo della crisi
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martedì, 10 febbraio 2009

Il lavoro ai tempi della crisi.

Sono nato in una tiepida notte di fine maggio del 1970...

L'incipit è classico ma non male, funziona sempre.
Ecco perchè io adoro la primavera, ci sono nato nel bel mezzo.
Ed anche l' "incipit" della mia vita non era male...
Alle elementari ero una sorta di "bimbo prodigio": vuoi perchè vivevo in un quartiere un pò di confine e più della metà dei genitori dei miei compagni erano semi-analfabeti, vuoi perchè ero un bambino particolarmente dotato (almeno per i tempi) e sveglio, sembravo destinato ad un futuro radioso.
Sognavo non di essere un calciatore o un tronista (che a quei tempi di "tronisti" c'erano solo Carlo d'Inghilterra e Ranieri di Monaco) com'è di moda oggi, ma di diventare uno scienziato e vincere il Premio Nobel (a dieci anni avevo la fissa di riuscire a riprodurre il moto perpetuo e una sorta di motore alimentato con le piante... Non mi chiedete come però! :) ). Se proprio fossi diventato uno sportivo, allora avrei emulato il mio bruciacchiato idolo: Niki Lauda, seguito dal non più fortunato di lui, Jilles Villeneuve.
Bè, insomma... Se proprio non potevo essere un pilota di F1, mi "accontentavo" anche di essere il progettista di una Ferrari, magari prendendo il posto di Pininfarina. Di sport non ne facevo per niente, ma la natura mi aveva comunque dotato di un fisico abbastanza asciutto e longilineo. Ecco, vi dico questo perchè mi avrete immaginato come il classico secchione cicciottello e con gli occhiali... Bè gli occhiali... Quelli son venuti dopo. E insomma... Ero pure parecchio "popolare" con le ragazzine della mia classe... Ma ero timidissimo... Altri tempi! :)

Per quelli della mia generazione, non era nata ancora la "febbre" da bambini superimpegnati. Dopo la scuola si tornava a casa, si facevano i compiti da soli o con qualche amico, approfittandone per giocare poi, o chi, dotato di genitori meno assillanti ed ansiosi dei miei, scendeva giù a giocare al calcio nei pochi metri quadrati di pseudocortili, ovvero negli angoli di strada dove non c'erano troppe macchine. Poi a vedere la tivù, Happy Days, Stursky & Hutch, i primi anime giapponesi, si cenava tutti insieme in famiglia e ancora un pò di tivù ed a letto.

Alle medie, che frequentai ancora nel mio quartiere, mantenevo quella sorta di "primato intellettuale" nei confronti dei miei compagni (eravamo in tre su circa 30 a non venire da famiglie più o meno socialmente e culturalmente disagiate e tutti e tre sembravamo dei supercervelli nello sfortunato paragone con chi aveva fatto 6 anni di medie e andava per la maggiore età) ma già allora persi quell' "applomb" da intellettuale con le ragazzine. Da pre-adolescente o giocavi a calcio ed eri atletico, oppure eri uno sfigato. Ecco, io non giocavo a calcio :)

Al liceo dovetti "emigrare" dal mio verso il quartiere collinare per frequentare il liceo scientifico.
Mi scontrai per la prima volta in vita mia con quel "mostro" chiamato "borghesia".
Non solo il livello culturale era decisamente medio-alto, ma anche e soprattutto quello economico e con quello, si coprivano tutti gli altri gap. Se eri un "broccolo" in qualunque materia, facevi lezioni private. Molti genitori erano amici e colleghi dei prof e quindi avevano con loro un rapporto privilegiato. Quasi tutti erano stati all'estero, quasi tutti facevano vacanze di lusso, quasi tutti sapevano sciare, giocare a tennis, facevano almeno due sport, avevano  il motorino, la fidanzata... Il "papy" che dava loro "paghette" da metalmeccanico e comprava loro la triste quanto "classica" divisa da "paninaro"... Essì, purtroppo ho vissuto quella triste epoca fatta di MonClaire, di Best Company, di Timberland e El Charro, di RayBan e di Malaguti Fifty...

Oltre a questo scoprii anche il significato vero della parola "cazzimma", vocabolo proprio del dialetto napoletano, dal significato intraducibile se non provato sulla propria pelle. Diciamo che è una sorta di cattiveria priva di alcuna motivazione se non nell'essere fine a sè stessa.
Risponde alla domanda:
"Perchè lo fai?"
"Nun o' sacc! Pecchè teng'a cazzimma!"


Ricordo una delle prime lezioni di Inglese (ed io alle medie finivo il compito in un quarto del tempo previsto), dove rimasi sbalordito ed a bocca aperta nel vedere quello che poi sarebbe diventato il mio migliore amico, parlare "fluently" in Inglese con la Prof... Lui era figlio di insegnanti di Inglese e non solo, c'era stato più volte in Inghilterra.
Io conoscevo la grammatica e "spikkavo" abbastanza e non ero mai stato più a nord di Roma e più a sud di Salerno, e quei livelli mi sembravano da fantascienza... Eppure dopo non molto, la "teacher" si convinse che io ero uno dei migliori della classe, nonostante fossi uno dei pochi a non pagar fior di quattrini andando al "British" e mi costringeva (io e F. il ragazzo della prima "conversation") a fare i compiti in classe accanto a lei, seduti accanto alla cattedra, per "impedire che gli altri copiassero" (odiavo questa cosa, visto che anche io avevo i miei dubbi e non potevo così, consultarmi con nessuno!).

Nelle altre materie invece andavo un pò così-così: eccellente in Italiano (in prima avevo un professore fantastico, un vero genio!), zoppicavo in matematica, il che in un liceo scientifico con professoressa sessantenne con la "Evve" di Gianni Agnelli", che iniziava le interrogazioni scorrendo l'elenco da sopra a sotto e viceversa tre o quattro volte, con un "VENGAAAAaaaa...." che sembrava non finire mai... Non era proprio un buon viatico.
Eppoi c'era lei, la proffa di Latino, la coetanea di Giulio Cesare, del quale ne era non segretamente innamorata, che prese, per una non meglio precisata antipatia a pelle, ad odiarmi.

End of Part. 1
Bukaniere alle febbraio 10, 2009 12:14 in: una forchettata di razzi miei, il lavoro al tempo della crisi
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